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Il report del progetto

Il report del progetto

Giorno 5 Dicembre presso la UILPENSIONATI di Via E. Albanese, 19 (Palermo), alle ore 10:00, presenteremo il report del progetto in una apposita conferenza stampa.

Clicca QUI per scaricare in anteprima il report in PDF.

Buona lettura!

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Santo Stefano di Camastra: la tradizione della ceramica

Santo Stefano di Camastra: la tradizione della ceramica

La storia di Santo Stefano di Camastra ha inizio con le descrizioni che fanno Tucidide (IV sec. a.C.), Polibio (II sec. a.C.) e Cicerone (I sec. a.C.) del centro di pastori e contadini chiamato Noma; ulteriori notizie si ritrovano intorno al 1100, laddove si parla del casale di S. Stefano di Mistretta alle dipendenze ecclesiastiche dell’abbazia di S. Anastasia in Castelbuono.

L’attuale insediamento fu fondato nel 1683 su un terrazzamento, ai piedi del versante occidentale dei monti Nebrodi, dopo che una frana si abbatté il 6 giugno del 1682 sul vecchio centro abitato, posto a circa 500 m di altitudine, e ne provocò la distruzione. Il Duca di Camastra cedette alla popolazione le sue terre per costruirvi il nuovo centro, progettandone lui stesso il piano urbanistico.

La nuova Santo Stefano, che dal 1812 si chiamò S. Stefano di Camastra in onore del Duca, si ingrandì successivamente verso sud, nella zona che sale su per i colli, e, poi, verso il nord e il mare.

Gli stefanesi, popolazione di pastori e contadini, si trasformarono in popolazione di pescatori ed artigiani. Allo sfruttamento dell’argilla si legano ben presto le sorti dei “nuovi” stefanesi. Tracce di forni lasciano supporre l’esistenza di un’attività ceramista già dall’epoca araba.

La lavorazione dell’argilla è probabilmente antica quanto la stessa Santo Stefano. Fiorente ed apprezzata è stata a partire dal secolo XVIII la produzione di mattonelle maiolicate esportate in tutto il meridione.

I colori più usati erano il verde ramina, il giallo, il blu cobalto, il rosso e il manganese, quasi sempre su smalto bianco, ma alla fine dell’ottocento vennero utilizzati smalti colorati, soprattutto di colore azzurro e giallo.

Nel XIX secolo si assiste alla trasformazione della tecnica di produzione da artigianale in industriale. L’aumentata richiesta di mattonelle maiolicate stimola le officine ceramiche a produrre di più, meglio e in tempi più brevi.

Migliorando la qualità dei colori e dello smalto si producono mattoni che si distinguono per raffinatezza e vivacità cromatica, ma anche per la sobrietà dei motivi decorativi. 

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Porto Palo di Capo Passero: il comune più a sud dell’isola Siciliana

Porto Palo di Capo Passero: il comune più a sud dell’isola Siciliana

Del suo territorio fa parte l’isola di Capo Passero a poche decine di metri dalla terraferma e l’isola delle Correnti a pochi chilometri. Sull’isola di Capo Passero si erge la fortezza spagnola, sovrastata da una imponente statua bronzea della Madonna. Porto Palo di Capo Passero è un centro prevalentemente agricolo e marinaro e proprio su queste attività fonda le sue fortune economiche. Il paesino è bagnato dai due mari: lo Jonio e il resto del Mediterraneo.

 

Nel territorio comunale, presso il faro della Marina Militare dell’omonima località è ubicata dal 1929 la stazione meteorologica di Cozzo Spadaro, gestita dal Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare. Il fondatore di Portopalo è don Gaetano Deodato Moncada, che se ne interessò fin dal 1778 e che nel 1792 fece edificare a sue spese un centinaio di case intorno alla tonnara. Fino al 1812 fu villaggio suburbio di Noto, finché nel 1974 non divenne comune autonomo.

 

Punti di interesse turistico:

Playa Carratois è la naturale continuazione del tratto costiero che fronteggia l’Isola delle Correnti e si presenta con acque cristalline, basso fondale ed una lunghissima spiaggia dorata.

 

Punta delle Formiche, situata fra Costa dell’Ambra e L’isola delle correnti, è costituita da una punta di roccia arenaria, affiancata da un piccolo tratto di sabbia finissima che si interseca fra le rocce bianche. Il nome “Punta delle Formiche” deriva dalla conformazione degli scogli che si prolungano verso la terraferma e che, visti dall’alto, sembrano formare appunto una colonna di formiche.

 

 

 

 

Scalo Mandrie è sicuramente una delle spiagge più suggestive dell’isola, con la Tonnara di Portopalo da una parte e il gioiello naturalistico dell’Isola di Capo Passero dall’altra. Il mare è azzurro cristallino, con un fondale basso che degrada dolcemente verso il largo.

Isola di Capo Passero è un vero gioiello naturalistico. L’isola ha zone sabbiose nella parte fronteggiante il borgo di Portopalo e zone rocciose e impervie. L’affascinante zona sabbiosa, è facilmente raggiungibile “a piedi”, attraversando il mare quando c’è bassa marea oppure con una piccola imbarcazione di pescatori.

La zona rocciosa è invece più impervia, con alcune zone raggiungibili solo dal mare.

Da scoprire ci sono anche diverse grotte marine, tra cui quelle di del Polipo, che offrono uno spettacolare gioco di luci generato dai riflessi del mare sulle pareti.

 

Isola delle Correnti è una piccola isola di forma tondeggiante, che si estende per circa 10.000 metri quadri, raggiungendo un’altezza massima di 4 metri sul livello del mare.

Collegata a Portopalo da una fine lingua di pietra, incanta per la sua bellezza selvaggia ed incontaminata. All’interno dell’isola vi sono il suggestivo faro, una piccola struttura militare in disuso e poche abitazione dove un tempo risiedevano il guardiano del faro assieme alla sua famiglia.

 

 

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Obiettivo Sostenibilità. Italia indietro nella difesa del mare

Obiettivo Sostenibilità. Italia indietro nella difesa del mare

Italia indietro nella difesa del mare. Il monitoraggio degli ecosistemi marini italiani è fra i meno adeguati d’Europa e l’Italia è in ritardo sulla tabella di marcia stabilita dalla Strategia europea per l’ambiente marino. Non riuscirà a raggiungere gli obiettivi da qui al 2020. Un dato è il più allarmante: il sovra-sfruttamento degli stock-ittici monitorati, con una quota dell’88% nel 2014. Quota che rimane ancora troppo alta, sebbene il trend abbia cominciato a migliorare (nel 2013 la quota arrivava fino al 95%).

 

Questo lo stato dell’arte in relazione agli obiettivi di Sviluppo Sostenibile stabiliti nell’Agenda 2020 per il goal numero 14, che richiede di “Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile”. I target fissati prevedono, fra l’altro, di ridurre l’inquinamento marino, gestire e proteggere gli ecosistemi marini e costieri, di regolare efficacemente la raccolta e porre fine alla pesca eccessiva, la pesca illegale, quella non dichiarata e non regolamentata e alle pratiche di pesca distruttive, di proteggere almeno il 10 per cento delle zone marine e costiere.

 

Il punto di riferimento è quanto stabilito dall’Europa. E l’Italia è indietro.  Si legge nel Rapporto Asvis 2017: “La Direttiva quadro 2008/56/CE sulla strategia per l’ambiente marino impone il raggiungimento nel 2020 del Buono Stato Ecologico (BSE, GoodEnvironmental Status), che deve seguire 11 descrittori i cui criteri e metodi di monitoraggio e valutazione sono stati riveduti con la Decisione 2017/848 della Commissione europea del 17 maggio 2017 e assicurare che le zone costiere siano gestite in maniera sostenibile. Se l’Italia rispettasse gli obblighi della Direttiva recepita con D.Lgs. n. 190 del 13 ottobre 2010, buona parte dei Target del Goal 14 sarebbero già di prossimo conseguimento. E purtroppo, così non è”. La maggior parte del programma di monitoraggio per misurare i progressi nella realizzazione del Buono stato ecologico sarà adeguato solo alla fine del 2018.

 

L’Italia è circondata dal mare ma non fa ancora abbastanza per difenderlo. “Malgrado il suo carattere geografico di penisola con un alto rapporto di sviluppo lineare costiero rispetto alla sua superficie territoriale, le performance dell’Italia per il monitoraggio delle misure imposte dalla Direttiva rispetto agli altri Paesi UE interessati, risultano tra le meno adeguate e per alcune attività di monitoraggio non si prevede il rispetto della soglia temporale del 2020 – evidenzia ancora il Rapporto – In ogni caso, il dato assolutamente allarmante è che la maggior parte degli stock ittici monitorati si conferma in sovrasfruttamento, con una quota dell’88% nel 2014, un risultato molto negativo ancorché di sette punti inferiori al valore registrato nel 2013”.

 

Fra l’altro va ancora ratificato il Protocollo offshore per la protezione del Mediterraneo contro l’inquinamento derivante dall’esplorazione e dallo sfruttamento della piattaforma continentale, dei fondali e del relativo sottosuolo, adottato nel 1994 nell’ambito della Convenzione di Barcellona. Nonostante queste carenze, la situazione registra qualche miglioramento nell’indicatore degli stock ittici in sfruttamento e nelle aree marine protette.

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San Cipirello tra scavi e storia

San Cipirello tra scavi e storia

Due cittadine confinanti in un comprensorio di grande bellezza naturale e ricco di reperti archeologici. Ecco una breve guida per poterne apprezzare il fascino. A circo 30 km da Palermo, sopra i due centri abitati di San Cipirello e San Giuseppe Jato, si eleva il maestoso monte Jato, (852 metri) che domina la vallata del fiume Jato e, verso est, quella del ramo destro del fiume Belice. Partendo da San Giuseppe Jato e percorrendo un sentiero distante tre km dal paese, si giunge in cima al monte in cui si trovano i resti dell’antica città di Jetas, che ricade proprio nel territorio dei comuni di San Giuseppe Jato e San Cipirello.

 

Il sito controlla da una parte il valico di Portella della paglia, attraverso cui era assicurato l’accesso alla Conca d’Oro ed il collegamento con l’antico emporio punico di Panormos, dall’altra la vallata del Belice, attraverso la quale era possibile il collegamento con la costa meridionale dell’isola e con la colonia greca di Selinunte. Si tratta di un antica cittadella, fondata probabilmente dagli elimi, caratterizzata dalla compresenza di solide mura greco-romane, con pietre rigorosamente tagliate e sistemate e di precarie mura di epoca medioevale.

 

Una missione di scavi, guidata dal professor Peter Isler dell’Università di Zurigo nel 1971, ha contribuito in modo determinante a riportare alla luce l’abitato di Jetas, cittadella citata da storici del calibro di Tucidide, Diodoro Siculo, Plinio e Cicerone. Particolare è anche la storia della nascita di Sam Cipirello, legata strettamente a quella di San Giuseppe di Mortilli, vecchio nome di San Giuseppe Jato. Dopo le alluvioni del 1800 nacque il nuovo agglomerato urbano di San Cipirello per accogliere gli sfollati: necessitava di un disegno per l’impianto urbanistico e il progetto venne realizzato prevedendo una città con 4 piazze con fontane e con quattro canti della cittadina (l’incrocio del cardo e del decumano) abbelliti da 4 fontane.

“Il fascino di un progetto architettonico originale e la Chiesa ispirata alla Basilica di San Francesco D’Assisi a Palermo”

Lo sviluppo urbanistico di San Cipirello mostra ancora oggi la traccia del disegno o meglio della volontà di disegnare il paese come una piccola città ideale pianta quadrata con un reticolo ordinato di strade e piazze con una struttura dominata dalla chiesa principale, curata dall’architetto Fra’ Serafino (1841 circa) che volle realizzare una struttura simile a quella di San Francesco d’Assisisi di Palermo. Il progetto venne poi seguito dall’architetto Achille Viola che curò il prospetto. A lungo borgata di San Giuseppe, San Cipirello divenne comune autonomo nel 1864.

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Alcamo: mare e natura genuina

Alcamo: mare e natura genuina

Alcamo è famosa per il suo mare e per i suoi prodotti genuini. È una tappa importante per qualunque tour in Sicilia e in particolare nella provincia di Trapani, senza dimenticare naturalmente un tuffo nell’ampia frazione che si chiama Alcamo Marina.

Alcamo vanta radici nella preistoria, come attestano testimonianze archeologiche di circa 9 mila anni fa. Qui vivono anche genti probabilmente di origine greca che eressero due villaggi, Longuro, sul monte Bonifato, e Longarico, lì dove oggi sorge l’abitato. Fino all’arrivo degli Arabi che fondarono l’attuale città.

Successivamente, Alcamo cadde sotto il dominio, prima normanno, e poi degli Svevi. In questi secoli Alcamo divenne centro fortificato, artistico e culturale. Fu anche feudo di diverse famiglie come i Ventimiglia e i Conti di Modica. In tutto questo tempo la città conobbe periodi di splendore e decadenza, tra epidemie e attacchi da parte dei pirati. Nel 1812 passò da feudo a demanio regio. Protagonista nel corso del Risorgimento. Nel 1860 entra nel Regno d’Italia. Molto apprezzata come centro turistico. Alcamo è nota per la produzione di vino, tra cui il Bianco Alcamo doc.

“L’olio extravergine e soprattutto il vino bianco reggono l’economia di un comprensorio con tante attrattive e radici secolari”

Rilevanti sono, quindi, i vigneti e tutto l’indotto legato alla loro coltivazione. Ad Alcamo si produce anche il vino di Marsala, del resto il comune fa parte dell’associazione città del vino.

Per quanto riguarda il settore agricolo, si coltivano ulivi, cereali, frutta tra cui il particolare melone detto purceddu, dalla buccia rugosa e verdastra, che si conserva a lungo. Intensi, inoltre, gli allevamenti di bovino e ovino e la lavorazione del travertino. Resiste l’artigianato, con la lavorazione di ceramica, ricamo, lavorazione di legno e ferro battuto. Il 15 Agosto è la festa dell’Assunta, particolarmente partecipata, mentre quella della Madonna dell’Alto cade l’8 settembre, con processione verso il piccolo santuario a lei dedicato in cima al monte Bonifato, e falò sulla spiaggia.

Come accennato, ogni piatto, preparato con il pregiato olio extra vergine d’oliva, è accompagnato da un sorso di Bianco d’Alcamo doc, prestigioso riconoscimento per i vini rossi, rosati e spumati. Alcuni, tra i piatti tipici di Alcamo, e più in generale, della zona del trapanese, sono la pasta con le sarde, la pasta con la salsa di pomodoro, accompagnata da fette di melanzane e basilico, e i maccheroni preparati in casa.

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Premiati i vincitori del concorso fotografico: “Mangia sano, mangia siciliano”

Premiati i vincitori del concorso fotografico: “Mangia sano, mangia siciliano”

Presso la sede della UIL Regionale in via Enrico Albanese 92/A sono stati premiati gli studenti vincitori del concorso fotografico “Mangia sano, mangia siciliano”, riservato ai giovani in età scolare, e avente ad oggetto la natura, i monumenti, l’agroalimentare tipico, le tradizioni culinarie della Sicilia. Il concorso è stato indetto da Sicilia Consumatori e le sue associazioni partner: Adiconsum, Adoc, Cittadinanzattiva, Consumatori Associati e Movimento Consumatori. Ad assegnare i premi una giuria composta da Paolo Carollo, Presidente Organizzativo; Maria Pia Coniglio, Segretario Regionale UIF Sicilia; Toti Clemente, Esperto Fotografico UIF Sicilia; Pietro Longo, Esperto fotografico FIAF Imago. Ad aggiudicarsi il 1° Premio la studentessa Ilenia Rizzo di Bagheria.

Il concorso fotografico si inserisce all’interno del più grande progetto “TerraMare Sicilia”, realizzato da Sicilia Consumatori e dalle associazioni partner nell’ambito del Programma generale di intervento della Regione Siciliana 2016-2017 denominato “Sicilia e Consumatori: diritti e tutele”.

Scopo del progetto è quello di aumentare la conoscenza su località più e meno note dell’Isola, sulle loro tradizioni e produzioni agroalimentari. Ciò al fine di produrre un incremento dei flussi turistici anche al di fuori dei circuiti tradizionali.

La cerimonia di premiazione è stata condotta dal Paolo Carollo, Presidente Regionale di Sicilia Consumatori, con interventi di Alessandra Di Liberto, Dirigente del Servizio 6° Tutela Consumatori della Regione Siciliana, Antonello Cracolici Assessore Regionale all’Agricoltura, Claudio Barone Segretario Generale UIL Sicilia e Luigi Ciotta Presidente dell’Adoc Sicilia.

Durante la cerimonia è stato mostrato un video realizzato dalla Regione Siciliana e da Sicilia Consumatori illustrativo di una serie di prodotti agroalimentari di eccellenza quali il mandarino tardivo di Ciaculli, che matura a marzo ed è caratterizzato da un sapore molto dolce e da una buccia sottile; la salsiccia di Palazzolo Acreide, unica per la marinatura nel vino rosso ed il torrone di Caltanissetta realizzato con materie prime locali e con metodi artigianali.

fonte: gdmed.it


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I laghetti di Marinello: flora, fauna e storia

I laghetti di Marinello: flora, fauna e storia

Alle pendici del promontorio di Capo Tindari si estende un vasto arenile che racchiude laghetti litoranei salmastri che rappresentano la maggiore attrattiva della zona tutelata.
L’origine degli specchi d’acqua è dovuta alle imponenti variazioni morfologiche, determinate dai flussi marini che causando il deposito di sedimenti lungo la costa modificano continuamente la linea di spiaggia.
L’aspetto floristico della zona è caratterizzata dalla notevole varietà di specie che meglio si adattano ai differenti ambienti: sabbie litorali, laghetti salmastri e rupi.
Le sabbie litorali sono ambienti caratterizzati dalle forti escursioni termiche tra il giorno e la notte e da forti concentrazioni di salsedine per cui possono essere colonizzati da vegetazione pioniera altamente specializzata. Tra le specie più frequenti: la viola ciocca selvatica, il ravastrello marittimo, il papavero cornuto, il giglio marino, l’eringio di S. Pietro, la gramigna delle spiagge, la medica di mare e lo zigolo delle spiagge.
La vegetazione lungo le sponde dei laghetti salmastri è costituita piante alofite che per le proprie caratteristiche riescono ad utilizzare per il fabbisogno idrico anche acqua con alte concentrazioni di sale. Le specie più frequenti sono la cannuccia di palude, il giunco pungente e lo zigolo levigato.
La vegetazione rupestre fornisce ospitalità a preziosi endemismi tra cui la centaurea di Seguenza, il garofano delle rupi, il cavolo biancastro, l’erucastro, la vedovina delle scogliere ed il radicchio di scogliera.
Sempre sulle rupi del promontorio prospiciente i laghi, cresce una rara graminacea, la festuca humifusa, esclusiva di Capo Tindari.
La componente faunistica è ricca di avifauna e l’ambiente ben si presta ad offrire riparo a diverse specie tra cui quelle migratrici svernanti e stanziali e a rapaci tra cui il Gheppio, il Corvo imperiale, il raro Falco pellegrino, il Gabbiano reale, il Fringuello, il Saltimpalo, l’Occhiocotto e la Sterpazzolina; oltre a piccoli uccelli tipici della macchia mediterranea, come ad es. la Taccola, etc.

 

Laghetti di Marinello – Superficie e territorio
401,25

Laghetti di Marinello – Storia
La riserva è nata nel 1998 ed affidata alla Provincia Regionale di Messina. Si estende su una superficie di circa 378 ettari ed è una delle poche aree costiere della Sicilia nord-orientale ancora in buono stato di conservazione e la cui peculiarità è quella di contenere in una così ristretta porzione di territorio una notevole quantità di ambienti. Si passa infatti dalle sabbie marine costiere agli ambienti lacustri salmastri, ai ripidi pendii ed alle rupi a strapiombo sul mare. Ove il territorio lo consente, ci sono anche coltivazioni di viti ed ulivi, che ben si integrano nel paesaggio della Riserva.

Particolare valore naturalistico hanno i laghetti salmastri che caratterizzano il litorale sabbioso situato sotto le rupi di Capo Tindari, che costituiscono insieme ai laghi di Ganzirri gli ultimi esempi di ambiente salmastro costiero tuttora presenti nella Sicilia nord-orientale.
La storia di questi laghetti appare sempre legata all’influenza del santuario: nel 1982 le maree tracciarono un lago dal profilo sembiante ad una donna con bimbo in grembo, che la fede popolare attribuì alla madonna nera di Tindari.

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Parco dell’Etna – percorso: Le grotte dei Lamponi, del Labirinto d’Aci e del Gelo

Parco dell’Etna – percorso: Le grotte dei Lamponi, del Labirinto d’Aci e del Gelo

Si tratta di un suggestivo itinerario che attraversa i campi di lava dell’eruzione del 1614 -1624 chiamati “Lave del Passo dei Dammusi” e “Sciara del Follone”; sono connotati da lastroni, corde e budella intrecciate tra loro che conferiscono al paesaggio particolare fascino. Notevole la Grotta del Gelo che deve il nome alla presenza al suo interno di un ghiacciaio fossile, l’unico esistente sull’Etna e in tutto il bacino del Mediterraneo.
Durata del percorso:
– Tempo di andata 4 ore
– Tempo di ritorno 3,30 ore
– Dislivello 630m

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Cava Ispica, una grande curiosità archeologica

Cava Ispica, una grande curiosità archeologica

Cava Ispica è una vallata fluviale che si snoda lungo l’altopiano ibleo per 13 km, tra le città di Modica e Ispica. In essa, nella tipica vegetazione di macchia mediterranea, si trovano necropoli preistoriche, catacombe cristiane, oratori rupestri, eremi monastici e nuclei abitativi di varia tipologia. La presenza dell’uomo è testimoniata sin dalla preistoria.

Secondo l’archeologo Biagio Pace, Cava Ispica è una delle più grandi curiosità archeologiche della Sicilia per il suo aspetto. La sua morfologia, a forma di gola, il tipo di roccia, la posizione naturalmente adatta alla difesa, la prossimità del mare, hanno contribuito a rendere questo luogo uno dei maggiori insediamenti rupestri della Sicilia.

Il luogo è evidentemente ideale per una popolazione primitiva che doveva difendersi dagli animali e dai nemici.

Numerosi reperti preistorici documentano una vera e propria stazione protostorica a Cava Ispica. Si conservano lame ed accette di selce, coltelli di ossidiana, vasi di terracotta e altri reperti.

Difese naturali erano la fitta vegetazione e il fiume che scorreva in fondo alla valle. Successivamente gli abitanti aggiunsero, a più riprese, delle vere e proprie opere di fortificazione descritte come una “muraglia megalitica”. Le più antiche sarebbero da attribuire ai Sicani.

I Siculi, invasa la Sicilia, si impadronirono degli insediamenti sicani della Cava Ispica e ne fondarono di nuovi formando nuovamente delle comunità che permasero fino al terremoto del 1693. Apparterrebbero a questo periodo le tombe a forno di “Scalaricotta”. Con l’arrivo dei Greci, Cava Ispica rimase indipendente mantenendo comunque rapporti commerciali; fu lo stesso con i Romani di cui è rimasta ben poca traccia, coperta dalla successiva presenza bizantina. Per sottrarsi alle persecuzioni, le popolazioni cristiane del luogo si rifugiarono nelle grotte della Cava dove scavarono piccoli luoghi di culto o riadattarono a tale scopo ambienti già esistenti, decorandoli con immagini sacre. Ne sono dimostrazione la chiesa rupestre di Santa Maria, la grotta di Sant’ Ilarione, la grotta “dei Santi”, la chiesa rupestre di S. Nicola e poi le catacombe come la “Larderia”, “U Campusantu”, la “Spezieria”.

Dopo il tremendo terremoto del 1693 parte della popolazione si trasferì a Ispica, e per la Cava iniziò un lungo periodo di abbandono.

La cava, che in alcuni punti è profonda circa cento metri e larga più di mezzo chilometro, è solcata da un torrente. La sua presenza ha fatto sì che nel luogo si sviluppasse una vegetazione rigogliosa, motivo d’attrazione per varie specie di uccelli ed altre specie animali, tali da rendere questo luogo un sito di singolare bellezza paesaggistica. La flora esistente nella Cava è costituita dalle specie proprie della macchia mediterranea come il leccio, il carrubo, la palma nana, l’olivo selvatico, l’olivastro, il platano.

Vi hanno trovato il loro “habitat” il coniglio selvatico, la volpe, l’istrice, il riccio, il colombaccio, il gufo reale.

 

 

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