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Santo Stefano di Camastra: la tradizione della ceramica

Santo Stefano di Camastra: la tradizione della ceramica

La storia di Santo Stefano di Camastra ha inizio con le descrizioni che fanno Tucidide (IV sec. a.C.), Polibio (II sec. a.C.) e Cicerone (I sec. a.C.) del centro di pastori e contadini chiamato Noma; ulteriori notizie si ritrovano intorno al 1100, laddove si parla del casale di S. Stefano di Mistretta alle dipendenze ecclesiastiche dell’abbazia di S. Anastasia in Castelbuono.

L’attuale insediamento fu fondato nel 1683 su un terrazzamento, ai piedi del versante occidentale dei monti Nebrodi, dopo che una frana si abbatté il 6 giugno del 1682 sul vecchio centro abitato, posto a circa 500 m di altitudine, e ne provocò la distruzione. Il Duca di Camastra cedette alla popolazione le sue terre per costruirvi il nuovo centro, progettandone lui stesso il piano urbanistico.

La nuova Santo Stefano, che dal 1812 si chiamò S. Stefano di Camastra in onore del Duca, si ingrandì successivamente verso sud, nella zona che sale su per i colli, e, poi, verso il nord e il mare.

Gli stefanesi, popolazione di pastori e contadini, si trasformarono in popolazione di pescatori ed artigiani. Allo sfruttamento dell’argilla si legano ben presto le sorti dei “nuovi” stefanesi. Tracce di forni lasciano supporre l’esistenza di un’attività ceramista già dall’epoca araba.

La lavorazione dell’argilla è probabilmente antica quanto la stessa Santo Stefano. Fiorente ed apprezzata è stata a partire dal secolo XVIII la produzione di mattonelle maiolicate esportate in tutto il meridione.

I colori più usati erano il verde ramina, il giallo, il blu cobalto, il rosso e il manganese, quasi sempre su smalto bianco, ma alla fine dell’ottocento vennero utilizzati smalti colorati, soprattutto di colore azzurro e giallo.

Nel XIX secolo si assiste alla trasformazione della tecnica di produzione da artigianale in industriale. L’aumentata richiesta di mattonelle maiolicate stimola le officine ceramiche a produrre di più, meglio e in tempi più brevi.

Migliorando la qualità dei colori e dello smalto si producono mattoni che si distinguono per raffinatezza e vivacità cromatica, ma anche per la sobrietà dei motivi decorativi. 

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Porto Palo di Capo Passero: il comune più a sud dell’isola Siciliana

Porto Palo di Capo Passero: il comune più a sud dell’isola Siciliana

Del suo territorio fa parte l’isola di Capo Passero a poche decine di metri dalla terraferma e l’isola delle Correnti a pochi chilometri. Sull’isola di Capo Passero si erge la fortezza spagnola, sovrastata da una imponente statua bronzea della Madonna. Porto Palo di Capo Passero è un centro prevalentemente agricolo e marinaro e proprio su queste attività fonda le sue fortune economiche. Il paesino è bagnato dai due mari: lo Jonio e il resto del Mediterraneo.

 

Nel territorio comunale, presso il faro della Marina Militare dell’omonima località è ubicata dal 1929 la stazione meteorologica di Cozzo Spadaro, gestita dal Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare. Il fondatore di Portopalo è don Gaetano Deodato Moncada, che se ne interessò fin dal 1778 e che nel 1792 fece edificare a sue spese un centinaio di case intorno alla tonnara. Fino al 1812 fu villaggio suburbio di Noto, finché nel 1974 non divenne comune autonomo.

 

Punti di interesse turistico:

Playa Carratois è la naturale continuazione del tratto costiero che fronteggia l’Isola delle Correnti e si presenta con acque cristalline, basso fondale ed una lunghissima spiaggia dorata.

 

Punta delle Formiche, situata fra Costa dell’Ambra e L’isola delle correnti, è costituita da una punta di roccia arenaria, affiancata da un piccolo tratto di sabbia finissima che si interseca fra le rocce bianche. Il nome “Punta delle Formiche” deriva dalla conformazione degli scogli che si prolungano verso la terraferma e che, visti dall’alto, sembrano formare appunto una colonna di formiche.

 

 

 

 

Scalo Mandrie è sicuramente una delle spiagge più suggestive dell’isola, con la Tonnara di Portopalo da una parte e il gioiello naturalistico dell’Isola di Capo Passero dall’altra. Il mare è azzurro cristallino, con un fondale basso che degrada dolcemente verso il largo.

Isola di Capo Passero è un vero gioiello naturalistico. L’isola ha zone sabbiose nella parte fronteggiante il borgo di Portopalo e zone rocciose e impervie. L’affascinante zona sabbiosa, è facilmente raggiungibile “a piedi”, attraversando il mare quando c’è bassa marea oppure con una piccola imbarcazione di pescatori.

La zona rocciosa è invece più impervia, con alcune zone raggiungibili solo dal mare.

Da scoprire ci sono anche diverse grotte marine, tra cui quelle di del Polipo, che offrono uno spettacolare gioco di luci generato dai riflessi del mare sulle pareti.

 

Isola delle Correnti è una piccola isola di forma tondeggiante, che si estende per circa 10.000 metri quadri, raggiungendo un’altezza massima di 4 metri sul livello del mare.

Collegata a Portopalo da una fine lingua di pietra, incanta per la sua bellezza selvaggia ed incontaminata. All’interno dell’isola vi sono il suggestivo faro, una piccola struttura militare in disuso e poche abitazione dove un tempo risiedevano il guardiano del faro assieme alla sua famiglia.

 

 

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I laghetti di Marinello: flora, fauna e storia

I laghetti di Marinello: flora, fauna e storia

Alle pendici del promontorio di Capo Tindari si estende un vasto arenile che racchiude laghetti litoranei salmastri che rappresentano la maggiore attrattiva della zona tutelata.
L’origine degli specchi d’acqua è dovuta alle imponenti variazioni morfologiche, determinate dai flussi marini che causando il deposito di sedimenti lungo la costa modificano continuamente la linea di spiaggia.
L’aspetto floristico della zona è caratterizzata dalla notevole varietà di specie che meglio si adattano ai differenti ambienti: sabbie litorali, laghetti salmastri e rupi.
Le sabbie litorali sono ambienti caratterizzati dalle forti escursioni termiche tra il giorno e la notte e da forti concentrazioni di salsedine per cui possono essere colonizzati da vegetazione pioniera altamente specializzata. Tra le specie più frequenti: la viola ciocca selvatica, il ravastrello marittimo, il papavero cornuto, il giglio marino, l’eringio di S. Pietro, la gramigna delle spiagge, la medica di mare e lo zigolo delle spiagge.
La vegetazione lungo le sponde dei laghetti salmastri è costituita piante alofite che per le proprie caratteristiche riescono ad utilizzare per il fabbisogno idrico anche acqua con alte concentrazioni di sale. Le specie più frequenti sono la cannuccia di palude, il giunco pungente e lo zigolo levigato.
La vegetazione rupestre fornisce ospitalità a preziosi endemismi tra cui la centaurea di Seguenza, il garofano delle rupi, il cavolo biancastro, l’erucastro, la vedovina delle scogliere ed il radicchio di scogliera.
Sempre sulle rupi del promontorio prospiciente i laghi, cresce una rara graminacea, la festuca humifusa, esclusiva di Capo Tindari.
La componente faunistica è ricca di avifauna e l’ambiente ben si presta ad offrire riparo a diverse specie tra cui quelle migratrici svernanti e stanziali e a rapaci tra cui il Gheppio, il Corvo imperiale, il raro Falco pellegrino, il Gabbiano reale, il Fringuello, il Saltimpalo, l’Occhiocotto e la Sterpazzolina; oltre a piccoli uccelli tipici della macchia mediterranea, come ad es. la Taccola, etc.

 

Laghetti di Marinello – Superficie e territorio
401,25

Laghetti di Marinello – Storia
La riserva è nata nel 1998 ed affidata alla Provincia Regionale di Messina. Si estende su una superficie di circa 378 ettari ed è una delle poche aree costiere della Sicilia nord-orientale ancora in buono stato di conservazione e la cui peculiarità è quella di contenere in una così ristretta porzione di territorio una notevole quantità di ambienti. Si passa infatti dalle sabbie marine costiere agli ambienti lacustri salmastri, ai ripidi pendii ed alle rupi a strapiombo sul mare. Ove il territorio lo consente, ci sono anche coltivazioni di viti ed ulivi, che ben si integrano nel paesaggio della Riserva.

Particolare valore naturalistico hanno i laghetti salmastri che caratterizzano il litorale sabbioso situato sotto le rupi di Capo Tindari, che costituiscono insieme ai laghi di Ganzirri gli ultimi esempi di ambiente salmastro costiero tuttora presenti nella Sicilia nord-orientale.
La storia di questi laghetti appare sempre legata all’influenza del santuario: nel 1982 le maree tracciarono un lago dal profilo sembiante ad una donna con bimbo in grembo, che la fede popolare attribuì alla madonna nera di Tindari.

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La cattedrale di  Monreale: tra leggenda e storia un percorso affascinante

La cattedrale di Monreale: tra leggenda e storia un percorso affascinante

La leggenda vuole che Guglielmo II d’Altavilla, detto “il buono”, si recasse a Monreale per le sue battute di caccia e fu lì, durante un riposo, che sognò la Vergine, che gli svelò che proprio in quel posto era sotterrato un tesoro col quale lui avrebbe potuto far edificare la chiesa. Guglielmo fece sradicare un albero di carrubbo, trovando quello che gli aveva preannunciato la Madonna, alla quale lui dedicò il tempio, chiamandolo “Santa Maria la Nuova”.

La storia, invece, ci dice che i lavori cominciarono nel 1174 e fu proprio a questi che si devono i primi insediamenti urbanistici significativi di Monreale. Arrivano infatti, le maestranze, gli operatori e tutti coloro che erano impegnati nella costruzione del duomo, sistemandosi nei quartieri del “Pozzillo” e della “Ciambra”, primi nuclei storici dell’attuale cittadina normanna. A croce latina con tre navate divise da due filari di colonne, il duomo di Monreale, con i suoi mosaici bizantini, costituisce forse l’apice dell’architettura arabo normanna in Sicilia.

Celeberrimo il suo Cristo “Pantocratore” che lascia senza fiato le migliaia di turisti che quotidianamente fanno tappa nella cittadina alle porte di Palermo. Un “colpo” il duomo lo subì negli anni ’70, quando il soffitto fu aggredito dalle termiti, per la cui eliminazione furono necessari lavori che durarono alcuni anni. Vero gioiello dell’architettura – è stata inserita insieme ad altri monumenti dell’itinerario arabo normanno di Palermo e Cefalù nella lista Unesco del Patrimonio dell’Umanità- la cattedrale è successiva alla Cappella Palatina di Palermo e alla Cattedrale di Cefalù e rappresenta secondo gli studiosi il punto di arrivo di un secolo di costruzioni normanne, continentali ed insulari.

Grandioso all’esterno, con la splendida facciata impreziosita del portico a trifora, il Duomo custodisce al suo interno oltre seimila metri quadrati di stupefacenti mosaici a fondo dorato che narrano le storie dell’Antico e del Nuovo Testamento e di cui l’immensi Cristo Pantocratore (la parte messa a rischio dell’infiltrazione d’acqua) costituisce il punto centrale. Delicati e poetici, i mosaici furono eseguiti probabilmente nel breve arco di due anni, affiancando al lavoro delle maestranze bizantine quelle di maestranze siciliane.

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